
Sri Lanka, 26 agosto 2025 – Esperienza missionaria MGS LE – Il fulcro di questa missione in Sri Lanka è stato un movimento d’amore verso l’altro.
La nostra casa per queste tre settimane è stato un istituto tecnico dal nome Don Bosco Technical Centre, nella periferia di Negombo.
Qui, accolti dalla gentilezza di Father Reginold e dell’intera comunità, abbiamo mosso i nostri primi passi alla ricerca di un’essenzialità che era oggetto di desiderio dei cuori di noi partenti. Esperienza nuova in senso assoluto, poiché al Don Bosco Technical Centre non erano mai stati ospitati giovani volontari dall’estero.

Da subito, io e gli altri ragazzi partiti con me, abbiamo percepito amore nella cura che ci è stata riservata: eravamo attesi. E nella constatazione concreta del sentirci voluti ha avuto inizio la nostra missione.
Input e occasioni per mettersi in gioco sono stati tanti, a partire dalla quotidianità vissuta insieme ai ragazzi del convitto della stessa scuola, che diventa vera e propria casa per tanti giovani che, -per svariate personali ragioni,- sono impossibilitati a tornare alla propria dimora alla fine delle ore di lezione. Tra una partita di pallavolo e una lezione di italiano, tra un viaggio in pullman insieme con canzoni cantate a squarciagola e un rastrellare le foglie dello stesso giardino, tra un pomeriggio di giochi e una serata a condividere balli nostri e loro, ci siamo incontrati.
E la missione è stata proprio lì, nello spazio che unisce noi e loro e in cui ci è stato chiesto di stare, più che di fare.
Per me missione è la pazienza di Hansaka nel provare a insegnarci a suonare il bongo, lui che il ritmo ce l’ha nel sangue. È la premura di Dulshan, Shewan e Deriyan che ci hanno sempre fatto trovare il cibo pronto a tavola. È la curiosità di Imesh che ci ha visto fare gli scooby-doo e ha voluto imparare.
Nel pomeriggio, questa scuola che è anche casa assume l’aspetto di oratorio per tutti quei bambini che, figli di famiglie che hanno perso tutto a causa dello tsunami che ha colpito lo Sri Lanka nel 2004, vivono insieme a Bosco Pura, un villaggio a pochi metri di distanza.

Bosco Pura è frutto della generosità della protezione civile italiana che ha donato nuove mura a chi da un giorno all’altro si è trovato senza fondamenta. Lì, intere famiglie condividono una stanza e i bambini crescono e giocano insieme. La difficoltà è tangibile, ma il sorriso che abbiamo incontrato in quel luogo è speranza dolce e concreta. In un affidarsi che per noi è stato dono, queste famiglie ci hanno lasciato i loro figli ogni pomeriggio. Abbiamo giocato, ballato, fatto braccialetti e disegnato. Ma soprattutto siamo stati.
Lì, con loro, nelle divergenze linguistiche e culturali, noi siamo stati. Ci siamo conosciuti e chiamati per nome.
Per me missione è la costanza di Oshan, animatore del villaggio, che potrebbe fare come gli altri ragazzi suoi coetanei cresciuti in quel contesto, ovvero pensare a sé e scappare, eppure rimane. In quel suo rimanere, ci ha regalato una testimonianza di speranza che è certezza che ci sia un bene, indipendentemente da tutto il male.
È la premura di quei piccoli che preparano intere coreografie da mostrarci, in segno di ringraziamento.
È la rabbia incandescente di Hirushan che basta una scintilla per farla diventare incendio, ma che si spegne appena lo si inonda di un abbraccio caloroso.
E poi abbiamo avuto l’onore di conoscere, nei weekend, i ragazzi dell’orfanotrofio Bosco Sevana. Sevana significa “tettoia” in singalese e non serve altro a descrivere questo posto che, nonostante le difficoltà economiche, è vera e propria casa che nutre ed educa. È palpabile in quel luogo il desiderio di rendere l’amore tangibile anche per quei piccoli che altrimenti farebbero difficoltà a sperimentarlo.

La missione è, appunto, in quell’incontro tra noi e loro. Incontro che non ha avuto la costanza di lunghi periodi passati insieme, ma che in due giorni è stato in grado di dar vita a un senso di fiducia. Non penso sarebbe stato possibile senza uno sguardo d’amore.
Per me missione è Nimesh che prima di salutarmi, mettendomi addosso la sua collanina, mi sussurra all’orecchio: “have a good life”. È Thanuja che nei suoi occhi cela una domanda d’amore vero. È Rumeth che ti prende la mano per posarla sulla sua spalla, ma la verità é che questo gesto è abbraccio anche per te.
Prima di partire avrei definito la missione come un fare qualcosa per chi è meno privilegiato di me. Ora, mi correggerei. Missione è davvero incontro tra me e te. E in quell’incontro tra me e te, nel desiderio di conoscerci e di stare, lì c’è Dio. Nel desiderio di conoscere il tuo nome e chiamarti, lì c’è Dio.
Ho capito davvero che ovunque tu vada, chiunque tu incontri, di qualsiasi lingua, cultura e religione: il cuore dell’uomo è ontologicamente uno. Abbiamo gli stessi desideri e bisogni, necessitiamo di amore e felicità che da soli non potremmo ottenere appieno. E nella comunione di un cuore che ci unisce tutti, che l’unicità di ciascuno sia motore che agiti la nostra curiosità con il fine di incontrarci!

Mi impegno a proteggere il tempo dell’altro donandogli il mio, in uno scambio di bellezza e amore che è vita. E per qualche strana regola umana che non si rifà a nessuna legge matematica, quello che si riceve è sempre superiore a quello che si dà.
La missione è lì.
L’ho scoperto in Sri Lanka e spero di portarmelo dentro ovunque la mia vita mi porterà.
Per i volontari in Sri Lanka: Beatrice Periolo


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