L’arte di accompagnare per custodire le anime e sapersi custodire

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Bibbiano, 12 ottobre 2025 – Presentiamo il libro scritto da sr Paola Della Ciana FMA, dal titolo “L’accompagnamento spirituale tradito. Quando l’abuso si insinua nei percorsi di accompagnamento alla fede”, Cittadella Editrice.

È un testo a carattere divulgativo sul tema degli abusi che si possono insinuare nei percorsi di accompagnamento alla fede. Ha un intento preventivo ed è rivolto a giovani e adulti, ma non si esclude una possibile sua utilità anche in casi di abuso già in atto.

Dopo una breve contestualizzazione del tema in un’ottica antropologica cristiana e sui tipi di accompagnamento che possono essere di aiuto in un percorso di crescita nella fede, vengono enunciate le diverse tipologie di abuso e la trasversalità dell’abuso di potere, presente in ognuna di esse. Oltre una riflessione sulle dinamiche interiori alla persona, ma anche su quelle sistemiche, che possono essere terreno predisponente all’abuso, il testo propone alcuni indicatori di abuso potenziale o in atto e alcuni suggerimenti utili ai fini di un emendamento da una situazione abusante in essere. Il testo apre uno sguardo di futuro e di speranza che rimanda alla cura di relazioni di accompagnamento alla fede che siano sia libere che liberanti, perché “Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi” (Gal 5,1).

Ecco la prefazione al testo:

È dentro la saggia prospettiva della salvezza della anime, guida di ogni disposizione legislativa e giudiziaria della Chiesa, che vorrei collocare l’accompagnamento spirituale. La custodia delle anime chiede infatti di essere non solo promossa, ma salvaguardata.

L’etimologia del verbo “custodire” da custos contiene del resto in sé tre azioni che rispondono ai bisogni della persona nelle sue tre dimensioni costitutive: vigilare, proteggere, assistere, per mantenere vive le qualità migliori di qualcuno.

Ciascuno di noi in quanto persona, come ben descritto nel presente volume, si esprime nelle sue tre dimensioni costitutive: corpo, psiche, spirito. Tutte e tre chiedono protezione, assistenza e vigilanza per progredire in modo armonico.

Chiedere a qualcuno di accompagnarci nel cammino di fede o diventare accompagnatori comporta la consapevolezza di essere portatori di bisogni di protezione, assistenza, vigilanza e dall’altro di rendersi responsabili di supportare la ricerca della risposta a tali bisogni. Una responsabilità che chiede di essere fondata sull’affidabilità come risposta all’affidarsi dell’altro nella sua ricerca. Affidarsi è infatti il movimento che anima la fede di ogni uomo e donna credente.

La fiducia è il prototipo degli aspetti affettivi ed è al cuore di ogni relazione umana, personale o comunitaria. La fiducia in quanto apertura amorosa all’altro, è una rottura dell’auto-riferimento e un movimento verso l’altro. La gratuità del dono, la delicatezza e la genuinità affettiva sono caratteristiche originarie della fiducia.

Se la fiducia è un’apertura all’altro, è la risposta dell’altro che propriamente crea il legame: e questa risposta rivela la componente etica della fiducia e cioè l’affidabilità. Ecco il secondo volto della fiducia: “ho fiducia in te” è il primo, “sono degno di fiducia” è l’altro.

L’accompagnamento nella vita di fede chiede anzitutto la protezione e la vigilanza da parte di chi si affida e della fiducia da parte di chi è affidato come patto fondativo della relazione.

L’affidabilità da parte dell’accompagnatore deve essere evidente in parole e gesti e diventa rispetto dei tempi e degli spazi dell’altro, dove ogni risposta deve essere in relazione ad una domanda e questa deve avere a propria volta la delicatezza del bussare e dell’attendere. Il Signore stesso dice: «Io sto alla porta e busso» (Ap 3,20). Non spalanca senza bussare né entra con prepotenza. Così l’accompagnatore vigila sui propri bisogni e osserva i feed back dell’altro o dell’altra, senza imporre ma piuttosto consigliando e dando il tempo di rielaborare, per assumere su di sé e per mettere in atto una scelta con la propria originalità creativa.

Come ben scrive nel testo l’autrice, chi è accompagnato deve sentirsi libero di ascoltare qualcosa che avverte come nota stonata rispetto alla fiducia riposta, come curiosità eccessiva, come domanda e richiesta non consona alla motivazione e finalità del percorso intrapreso. Un accompagnamento spirituale tradito lo è anzitutto nella fiducia riposta e richiesta.

Gli studi sugli abusi di coscienza e spirituali, occorsi sia in relazioni personali sia in relazioni comunitarie, ci mostrano come essi nascano da una manipolazione della fiducia accordata, che trasforma progressivamente l’altro da soggetto in oggetto.

In questo senso sento importante fondare l’accompagnamento spirituale come arte di custodire le anime. La custodia chiede la vigilanza di se stessi per vigilare sull’altro che chiede di essere custodito. L’accompagnamento, come affidarsi a qualcuno e rispondere di tale fiducia, comporta che accanto alla sostanza affettiva fondata sulla fiducia vi sia una dimensione etica, che regoli e orienti la relazione. La relazione di accompagnamento, come ogni relazione umana, non è infatti perfetta. Una certa mancanza di fiducia e di prevaricazione è presente nelle nostre relazioni affettive. Nelle relazioni circola la speranza di bene con la sua forza unitiva, di passione e di compassione; ma circola anche il male con la sua forza disgregante, di sfruttamento dell’altro e di dominio su di lui. Nessuna relazione ne è immune.

Entrare allora nella prospettiva dell’accompagnamento nella vita di fede come custodia significa essere consapevoli e darsi la possibilità di vigilare su questo rischio: una vigilanza che deve essere esercitata da entrambi i soggetti coinvolti, alla luce anche di percorsi formativi per chi è chiamato al servizio dell’accompagnamento e per ogni persona interessata. In questo modo si può garantire il requisito fondamentale, più volte richiamato nel testo: il rispetto della dignità di ogni persona coinvolta, in quanto persona in relazione e non in quanto persona soggetta alla relazione rassicurante o obbligata verso qualcun altro o altra.

Come ben affermò la professoressa Iafrate nella relazione al Convegno Ecclesiale di Verona, la criticità non è nella asimmetria che i legami verticali portano con sé, ma nella disgiunzione e sbilanciamento tra dimensione affettiva ed etica: «I legami cosiddetti “verticali”, dove la gerarchia ancora una volta non riguarda ovviamente il valore delle persone, ma la posizione intergenerazionale che esse occupano e il livello di responsabilità che esercitano, vivono e si nutrono anch’essi di una sostanza etico-affettiva. In questo caso la dimensione affettiva si esprime nella protezione e nella fiducia e speranza nelle possibilità dell’altro e la dimensione etica si traduce nella responsabilità nei suoi confronti e nell’impegno educativo. Anche in questo caso la compresenza di dimensioni etiche e affettive preserva il legame dal rischio dell’appropriazione (l’altro è “roba mia” di cui godere) e dell’usurpazione (il potere che esercito sull’altro lo rende schiavo del miei bisogni) e lo proietta in una dimensione di valore dove l’altro è riconosciuto nella sua libertà e dignità e condotto verso la realizzazione della sua piena umanità».

Accompagnare nella fede è allora condurre per lasciare andare. È ciò che Gesù ci ricorda al momento della sua Ascensione: dopo il tempo pasquale, quando si rende presente ai discepoli con le varie apparizioni, si separa definitivamente da loro e li invia nel mondo.

Affidarsi e affidare diventano quindi immettere e immettersi nel mare della vita, certi che lo si saprà solcare e che si troverà un altro o altra che potrà accompagnare lungo la nuova rotta.

Leggendo questo testo mi è ritornata alla mente l’affermazione di un Vescovo, oggi emerito, che anni fa in un convegno sull’accompagnamento spirituale aveva sostenuto la necessità di un cambiamento ad ogni tappa raggiunta nel cammino di fede o vocazionale: infatti, ad esempio, il presbitero non è più il seminarista che stava verificando la sua vocazione. Questo per evitare che un accompagnamento molto protratto nel tempo nasconda forme di dipendenza affettiva.

Quando un accompagnamento nella fede diventa un legame troppo stretto e non libero e liberante, alcune spie iniziano a lampeggiare. Questo testo le descrive bene. Riconoscere la valenza educativa di queste spie per i singoli e per l’istituzione non consente solo di prevenire potenziali abusi di coscienza e spirituali, ma promuove anche l’accompagnamento nella fedeltà alla sua finalità originaria: custodire le anime nell’orientarsi nella vita e sulla strada della salvezza.

Questo è l’aiuto e l’augurio offerto da questo volume, affinché anche il servizio dell’accompagnamento, come quello dell’autorità, sia «sparire perché rimanga Cristo, farsi piccolo perché Lui sia conosciuto e glorificato (cfr. Gv 3,30), spendersi fino in fondo perché a nessuno manchi l’opportunità di conoscerlo e amarlo» (Papa Leone XIV, Omelia Santa Messa Pro Ecclesia, 9 maggio 2025).

Di Chiara Griffini, Presidente Servizio Nazionale Tutela Minori e Adulti Vulnerabili Conferenza Episcopale Italiana



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