I pregiudizi dell’era digitale

La Spezia, 26 aprile 2018 – Ambito comunicazione – Sono soprattutto tre le famiglie di pregiudizi che alimentano quelle narrazioni pigre che ci impediscono di cogliere i segni dei tempi; le critiche più diffuse (specie da parte di chi conosce poco gli ambienti digitali) si collocano generalmente in uno di questi tre ambiti, che sinteticamente definisco come dualismo digitale, determinismo tecnologico, divario digitale.

Il dualismo digitale, assai diffuso e fonte di grandi distorsioni, consiste nel pensare che la realtà autentica sia solo quella materiale, e che il “virtuale” sia di per sé una forma di realtà impoverita, inautentica, che sottrae tempo ed energie alla realtà “vera”: un luogo di doppiezza, che favorisce la costruzione di identità fittizie e di relazioni superficiali e strumentali. Una trappola che crea dipendenza. Questa impostazione è costruita attorno alla frattura tra elementi che sono invece continuamente in tensione (siamo sempre condizionati e liberi insieme) e a una loro contrapposizione forzata. Come se anche le relazioni faccia a faccia non potessero essere inautentiche! Il dualismo non corrisponde all’esperienza che i giovani hanno della Rete. Per loro, infatti, si tratta di un’estensione smaterializzata, ma nondimeno reale, dei territori quotidiani di esperienza, fondamentale per la manutenzione e l’allagamento delle proprie cerchie relazionali. Su questi territori si entra col proprio nome, e la maggior parte delle interazioni riguardano persone con cui si ha a che fare anche offline. Crescono perciò le piattaforme di messaggeria mobile, in particolare WhatsApp, vero cordone ombelicale con le relazioni più strette. Noi siamo gli stessi online e offline. E se non lo siamo non è colpa degli ambienti, ma nostra. Basta leggere Pirandello per riconoscere che ben prima degli avatar e dei profili l’essere umano tende a recitare una parte, a costruirsi un personaggio sui vari palcoscenici della vita sociale. In realtà le nostre relazioni sono a rischio superficialità e povertà in ogni ambiente, e non certo per colpa della tecnologia, bensì di una cultura iperindividualista che ha preceduto di gran lunga l’avvento del web. Oggi i nostri ambienti sono sempre più “misti” e i confini tra i media e l’ambiente sempre più sfumanti. La convergenza, e non la contrapposizione, è il tratto principale di quello che negli Orientamenti pastorali della CEI per il decennio corrente viene definito il “nuovo contesto esistenziale”. D’altra parte, nel Messaggio per la 47° Giornata Mondiale DELLE Comunicazioni Sociali, Benedetto XVI delegittima definitivamente l’ipotesi del dualismo quanto afferma: “L’ambiente digitale non è un mondo parallelo o puramente virtuale, ma è parte della realtà quotidiana di molte persone, specialmente dei più giovani. È parte del tessuto stesso della società”.

Il secondo pregiudizio è quello del determinismo tecnologico secondo il quale la tecnologia sarebbe la causa principale di una serie di trasformazioni, dall’indebolimento delle relazioni alle primavere arabe: ma la tecnologia non ci rende né stupidi né socievoli né tantomeno produce rivoluzioni. La tecnologia non “fa”: siamo noi che facciamo, pur dovendo tenere conto, come sempre nella vita quotidiana, dei condizionamenti inevitabili. Anche quello digitale non è neutro ma, come ogni ambiente, presenta rischi, opportunità e nuove sfide con le quali ci dobbiamo misurare: gli effetti non sono mai netti, ma sempre ambivalenti e complessi. E soprattutto non son un destino già scritto. Quindi il tecnologico non produce l’antropologico, né in negativo né in positivo: tra la connessione (tecnica) e la relazione (umana), per esempio, c’è sempre il salto ella nostra libertà, della responsabilità, dell’impegno a far durare oltre che a dare inizio. Due dimensioni tipicamente umane – libertà e responsabilità – che la tecnologia non può darci né toglierci.

E infine il divario digitale. Pensare che la Rete sia una “moda Passeggera”, o una cosa per i giovani, o una dimensione in fondo irrilevante per la vita “vera” – come molti adulti tendono a fare – è un errore grave: forse il nostro approccio al web sarà sempre elementare e impacciato, ma abbiamo il dovere di cogliere almeno le logiche che stanno alla base del nuovo ambiente, se vogliamo poter comunicare con le nuove generazioni e continuare a trasmettere loro qualcosa. Non si può educare oggi se no si fa lo sforzo di conoscere il paesaggio “misto” in cui i giovani si muovono con tanta naturalezza. Con la consapevolezza che la questione principale non è tecnica ma epistemologica e poi etica: non si tratta di saper fare, ma di com-prendere (prendere insieme): per esempio, che oggi dare e ricevere, produrre e consumare, conoscere e condividere, esserci e partecipare, apprendere e fare, insegnare e imparare non sono opzioni alternative o appannaggio di ruoli differenti, ma si ricongiungono grazie alla logica interattiva e partecipativa del web. O che essere liberi non significa avere più possibilità di scelta da cogliere ciascuno per proprio conto, bensì contribuire, condividere, liberarsi a vicenda migliorando le condizioni del mondo comune. Anche l’educare oggi non può prescindere da questa consapevolezza. Il divario digitale non è dunque un dislivello cui arrendersi, ma una sfida da cogliere per costruire nuove alleanze intergenerazionale, dove ciascuno ha da dare e da ricevere.

Chiara Giaccardi, I media digitali, in “Di cielo e di terra” a cura di Fabris e Maffeis, p.61-65

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