Luce della Parola

L’invito alla «conversione» trova subito risposta in quattro uomini dal cuore semplice e aperto. Anche Luca, nel nostro testo, mette in rilievo l’importanza della parola. Dopo una nottata di fatica inutile Pietro getta le rete «sulla parola» di Gesù e sperimenta l’abbondanza inattesa. I discepoli sono chiamati a seguire Gesù e ad obbedire alla sua parola per ottenere la fecondità nella loro missione di «pescatori di uomini».

La Spezia, dicembre 2021 – Proposta pastorale 2021-22 per le comunità: AMATI E CHIAMATI “Renditi umile, forte e robusto” – “Luce della Parola”, Terza Lectio: Lc 5,1-11 – Contesto. Gli evangelisti raccontano la chiamata dei primi discepoli come la prima azione (Mc 1,16-20; Mt 4,18-22; Gv 1,35-50), o una delle prime azioni (Lc 5,1-11), che Gesù compie nella sua vita pubblica. Egli vuole essere accompagnato da discepoli, testimoni e amici fin dall’inizio della sua missione. Per Gesù è essenziale la comunione di vita con loro. Questa comunione inizia con la chiamata. Si avvia così un’avventura, s’intreccia una trama di rapporti costellata di interventi formativi, esortazioni, rimproveri, comandi e manifestazioni d’amore. Il primato non è solo cronologico. È anche paradigmatico: contiene in germe le radici, le promesse e le esigenze della sequela non solo dei discepoli storici scelti e chiamati da Gesù, ma di tutti quelli che si metteranno in cammino dietro a lui e con lui, ovunque e in qualunque momento. È il prototipo e il modello di ogni autentica vocazione.

In Matteo, come in Marco, la chiamata avviene immediatamente dopo la prima parola con cui Gesù inaugura il suo ministero. «Da allora Gesù incominciò a predicare e a dire: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino”» (Mt 4,17; cf Mc 1,15). In tal modo, la vocazione alla sequela diventa la prima applicazione del primo annuncio di Gesù, la cui parola è efficace e fa nascere un gruppo di discepoli. L’invito alla «conversione» trova subito risposta in quattro uomini dal cuore semplice e aperto. Anche Luca, nel nostro testo, mette in rilievo l’importanza della parola. Dopo una nottata di fatica inutile Pietro getta le rete «sulla parola» di Gesù e sperimenta l’abbondanza inattesa. I discepoli sono chiamati a seguire Gesù e ad obbedire alla sua parola per ottenere la fecondità nella loro missione di «pescatori di uomini».

Come negli altri Vangeli, anche in Luca, la prima chiamata dei discepoli è al plurale. La vocazione è una “con-vocazione”. «Lasciarono tutto e lo seguirono»: avendo lo stesso centro di vita, camminando sulla stessa via, condividendo la stessa missione, compiendo la stessa sequela dietro la stessa persona, i discepoli sono in comunione fra loro. La sequela di Cristo ha un’impronta di ecclesialità in continua crescita ed espansione: si parte da Gesù e si giunge ai primi chiamati, poi ai Dodici, fino ai molti nel futuro e in ogni parte del mondo. La chiamata non solo fonda la comunione di vita con Gesù, ma crea allo stesso tempo la comunità dei discepoli. La sequela di Gesù non si vive da individui isolati, ma da membri di una comunità, che Gesù ha scelto e la cui natura viene da lui determinata.

Il contesto topografico di questo episodio è preciso e suggestivo: il lago di Gennèsaret. Non nel tempio, come nel caso del profeta Isaia (cf Is 6,1-13), né in una sinagoga o in qualche luogo sacro, ma nello scenario “profano” di un lago; non in un giorno particolare di festa, ma nella abituale ferialità del lavoro avviene questo fatto importante.

Approfondimento. Luca, più di tutti gli altri evangelisti, rileva il legame forte tra “Parola di Dio” e “vocazione”. In realtà questo legame è insito nella categoria “vocazione”, intesa come accoglienza della “Parola di Dio”, che giunge come un appello coinvolgente l’intera esistenza. Il binomio Parola di Dio – vocazione emerge già all’inizio del Vangelo, nel racconto dell’annunciazione a Maria. Attraverso l’angelo, la Parola chiama, apre un dialogo, interpella, svela il progetto divino, affida una missione inedita; Maria risponde con docilità: «… avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Ora, quest’obbedienza alla Parola continua a svilupparsi nel cap. 5, che può essere descritto il capitolo della vocazione: prima si riporta la chiamata di Simon Pietro e dei suoi compagni (5,1-11) e successivamente quella del pubblicano Levi (5,27-32).

Il primo racconto, oggetto delle nostra riflessione, si articola in tre quadri:

  1. 1-3: l’attività della predicazione di Gesù lungo il lago
  2. 4-8: la pesca miracolosa.
  3. 10-11: la chiamata dei discepoli alla sequela di Gesù

Il legame tra questi tre momenti è costituito dalla “parola” di Gesù.

- Nel primo quadro si presenta Gesù che «stando presso il lago di Gennèsaret», luogo di lavoro e di vita, insegna alla folla. Egli non è un passante qualunque: sta solennemente in mezzo alla folla, che gli fa ressa attorno «per ascoltare la parola di Dio». Il dinamismo attrattivo della Parola di Dio che Gesù annuncia, proseguirà lungo tutta la sua vita e si trasmetterà, oltre l’evento pasquale, nella missione della comunità ecclesiale.

- La seconda scena emerge da uno sfondo piuttosto cupo – una notte intera di lavoro infruttuoso. Ma ecco che arriva all’improvviso la parola di Gesù a dare colore e vivacità: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». La parola annunciata alla folla si trasforma per Simone in richiesta di ascolto, in fede e obbedienza. È quasi assurdo pescare in pieno giorno e soprattutto dopo una notte di fatica inutile, ma Pietro decide di non fidarsi più di se stesso, del suo buon senso e delle sue competenze professionali, bensì di affidarsi a Gesù e alla sua parola: «sulla tua parola getterò le reti». E la pesca è sovrabbondante! I particolari descrittivi delle reti che quasi si rompono, delle barche che quasi affondano per la grande quantità di pesci mettono ancor più in risalto l’intervento straordinario di Gesù e giustificano l’assoluta fiducia nella sua parola. Pietro sperimenta la potenza di Gesù e cade in ginocchio dinanzi a lui dicendo: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore». Egli riconosce nel «Maestro» (v.5), che ha dato quell’ordine strano, il «Signore» (v.8) della natura. Nello stesso tempo egli coglie la propria distanza e indegnità. Davanti alla grandezza di Dio e al suo dono generoso l’uomo scopre la propria piccolezza e si sente lontano. Questa è la reazione di molti personaggi biblici di fronte al manifestarsi di Dio (es. Isaia: Is 6,5; Mosè: Es 33,20). L’esperienza dell’amore di Dio va di pari passo con la coscienza della propria povertà. Nell’incontro la verità di Dio e la verità dell’uomo si svelano contemporaneamente.

- Nel terzo quadro Luca aggancia alla pesca miracolosa la vocazione dei primi discepoli. Il collante è lo stupore che si allarga: «Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone». Da quest’humus ora fiorisce qualcosa di nuovo e di inatteso. Gesù, con una nuova parola, supera la distanza aprendo un nuovo futuro a questi uomini, che ora vengono nominati. Da semplici soci nella pesca diventano compagni, che hanno in comune la stessa esperienza del Signore e della sua potenza e che, d’ora in poi, avranno la stessa vocazione, la stessa sequela dell’unico Signore, la stessa missione. Formano una comunità di fratelli generati dalla stessa parola cui obbediscono insieme. Il vero miracolo non sta tanto nella pesca abbondante, ma negli uomini dalla coscienza di «peccatori», trasformati in «pescatori di uomini». Si sono fidati della parola del Signore gettando le reti; ora il Signore rivolge loro di nuovo la parola affidando loro una nuova missione. Devono «prendere il largo» ancor di più, devono salpare fino agli estremi confini della terra (cf At 1,8), gettare le reti nell’immensità e pescare in profondità gli uomini per salvarli. La conclusione del racconto è breve ed essenziale: «tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono». Come la pesca dei pesci “sulla parola del Signore” è risultata feconda oltre ogni attesa, così sarà questa nuova pesca.

Dal testo alla vita. Pescatori, ha detto Gesù. Non cacciatori. Non inseguitori. Il pescatore è una figura paradigmatica di attesa, di pazienza, di speranza, di fiducia. È un uomo aperto alle sorprese, disposto all’avventura, al rischio, alla novità. Egli getta la rete nell’immenso mare, lancia i suoi sogni verso l’infinito, immerge i suoi desideri nella profondità ignota e poi attende con fiducia. Il pescatore non vede come i pesci entrino nella rete, non li prende di mira, non corre loro dietro, non li costringe ad entrare, non crea trappole, non prepara tranelli, non tende lacci di insidia, soltanto getta la rete, la tiene aperta e attende. La sua non è un’attesa noiosa, passiva o vuota, anzi: è carica di dinamismo emotivo e di mille piccole attenzioni. Chi dorme non piglia pesci. Il pescatore non dorme, ma veglia e vigila su tutto: egli bada all’equilibrio e all’andamento giusto della barca, percepisce il giro della corrente, coglie la direzione e la forza del vento, esamina l’aspetto delle nuvole, legge le mutazioni del tempo, scruta una quantità di segni che ai più non dicono niente. Con la rete immersa nel mare egli ascolta attentamente, nel silenzio, per scorgere ogni lieve movimento dell’acqua, come colui che sta con le orecchie attaccate alla porta per sentire i passi dell’amico ed essere pronto ad aprirgli quando bussa. Il pescatore non sta sulla terra ferma, ma su una barca galleggiante in un mare non sempre tranquillo. Deve saper accordarsi con il vento, con l’aria, con le onde; deve mettere in conto la tempesta e tutti gli imprevisti possibili. Egli è un essere fragile esposto a due immensità: il cielo e il mare. Più lontano si spinge dalla sponda più cresce l’insicurezza, per cui il “il prendere largo” non è né senza sfide né senza compromessi. Nella pesca il momento più emozionante è quello del tirare su la rete. Si trattiene il respiro, si concentra la mente, si protende tutto il corpo, pronti a lasciarsi sorprendere. Tirare su la rete è come spalancare la porta. Benvenuti a tutti! Pesci grandi e piccoli, belli e brutti, rari e comuni, bianchi, neri e variopinti, pesci di diverse qualità, con diversi nomi: tutti vengono accolti come un dono. Più ce ne sono più festa si fa. Alle volte la rete esce dall’acqua piena, pesante, gonfia di ogni specie di pesci, luccicanti e vivaci. Al vederli gli occhi del pescatore si illuminano. Mentre i muscoli delle braccia si tendono per lo sforzo, le labbra si schiudono in un sorriso di soddisfazione. Nessun lamento per la fatica. No! È un peso desiderato, un peso dolce. Se le braccia di uno non bastano, ci sono i fratelli, i colleghi, i vicini, gli amici. Tutti sono pronti a dare una mano, a rallegrarsi dell’abbondanza. La gioia è diffusiva, la fortuna contagiosa. Altre volte, invece, dopo lunga attesa, dopo fatica e sudore, la rete tirata su è leggera, come un vecchio straccio bagnato. E i pesci vengono su sparpagliati qua e là nella rete, imbarazzati e timidi. Il pescatore non si scoraggia e non si arrende facilmente: sa riempire il vuoto della rete con un supplemento di speranza. Domani la getterà di nuovo, forse più lontano, più in profondità. Domani attenderà più a lungo, studierà meglio la situazione. Domani sarà un nuovo giorno e ci sarà un nuovo stupore. Gesù ha considerato molto il lavoro del pescatore tanto da assumerlo ad immagine del regno dei cieli. La tattica della pesca, dalla rete gettata in acqua sino a quando il pescatore, tirata su la rete, si sedeva sulla riva e incominciava la cernita dei pesci buoni dai pesci da scarto: tutto veniva da Lui osservato con attenzione e trasformato in riflesso del Regno. Il lavoro dei pescatori gli piacque così tanto che si decise pure lui a mettersi a pescare. Pescò i suoi primi discepoli con la rete del suo sguardo e della sua parola. E i pescatori Pietro e compagni divennero i suoi primi pesci, i primi tra i molti «sedotti» (Ger 20,7), «conquistati» (Fil 3,12) da lui. Per seguire Gesù essi non avevano bisogno di rinunciare ad essere pescatori. Gesù li invitava però a cambiare i destinatari: invece dei pesci, avrebbero pescato uomini.

Per pregare e condividere

Ancor oggi, o Gesù, ti fai presente sulla riva del nostro mare, guardandoci al lavoro. Ti abbiamo seguito e siamo diventati anche noi «pescatori di uomini», in particolare di giovani. Nello spirito del da mihi animas, dono prezioso di don Bosco, gettiamo con coraggio la nostra rete di accoglienza.

Rendici pescatori ottimisti, saggi, fiduciosi e pazienti. Insegnaci a leggere i mille piccoli segni, dacci la sapienza dell’attesa e l’audacia della novità. Quando le nostre reti sono vuote spingici ancora con la tua parola a «prendere il largo». E davanti alla pesca abbondante fa’ che sappiamo esclamare con stupore e riconoscenza: «E’ il Signore!» (cf Gv 21,7).

Dacci anche il tuo amore per i pesci. «Basta che siate giovani perché io vi ami», vogliamo ripetere con don Bosco ai nostri “pesci”.

Quando vivevi tra noi fosti richiesto, un giorno, del mezzo siclo per il tributo al tempio e tu mandasti Pietro a prenderlo dalla bocca di un pesce (cf Mt 17,27). Hai fatto diventare questi tuoi simpatici amici guizzanti il tuo portafoglio, i tuoi tesorieri. Facci capire dove sta la nostra vera ricchezza e aiutaci a scoprire la moneta d’argento nascosta in ogni pesce.

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