“Sulla stessa barca”

La Spezia, ottobre 2021 – Proposta pastorale 2021-22 per le comunità: AMATI E CHIAMATI “Renditi umile, forte e robusto” – Prima Lectio: Mc 4,35-41 – Contesto: INDICAZIONE DI TEMPO: «In quel medesimo giorno, venuta la sera». Siamo alla fine di una giornata molto piena: Gesù l’ha dedicata all’insegnamento, conclusosi con il “discorso in parabole” (4, 1-34) – A questa giornata, caratterizzata dalla parola, ne segue ora un’altra, segnata dalle opere. Infatti, da 4,35 in poi Marco riporta una serie di quattro miracoli: Gesù placa la tempesta sul lago (4,35-41), scaccia i demoni all’arrivo sull’altra sponda (5,1-20), fa tornare in vita una fanciulla morta e guarisce una donna che soffre di emorragia (5,21- 43).

C’è un ritmo intenso e incalzante nell’attività di Gesù: l’indicazione «in quel medesimo giorno» lo accentua e nello stesso tempo evidenzia una continuità ininterrotta, fa da collante tra l’attività didattica e quella taumaturgica di Gesù, tra parole e opere, tra ciò che annuncia e ciò che fa, tra parabole e miracoli. Visti in questa prospettiva, i miracoli non hanno solo la funzione di dimostrare l’origine divina di Gesù e l’autenticità del suo messaggio, non sono né prove esterne di veridicità né un appoggio al suo insegnamento, bensì sono segni che scaturiscono dal mistero stesso di Gesù, una irradiazione della sua identità divina, una dimensione interna della realtà salvifica che egli annuncia e realizza. I fatti prodigiosi riportati in questa intera sezione (4,35 – 5,43) rivelano l’irrompere sorprendente della potenza salvifica di Dio nel mondo per mezzo di Gesù: la potenza divina libera dal pericolo proveniente dalla natura (4,35-41), dalla schiavitù imposta dal maligno (5,1-20), dalla malattia (5,25-34) e dalla morte (5.35-43). In tutti emerge l’elemento della fede, constatata o esigita da Gesù nelle persone che beneficiano dei suoi prodigi.

INDICAZIONE DI LUOGO: il lago di Galilea. Gesù si trova in questa zona fin dall’inizio della sua predicazione (da 1,16). Questo lago è riferito con nomi diversi nei Vangeli: mare di Galilea, lago di Tiberiade, dal nome della città sulla riva occidentale fondata in onore dell’imperatore Tiberio, lago di Kinneret (o Gerezaret), per la sua forma assomigliante all’arpa (kinnor in ebraico = arpa). Questo piccolo specchio d’acqua incassato nella fossa giordanica è normalmente limpido e tranquillo, ma per la sua posizione, circa 210m sotto il livello del mare e circondato dalle montagne, è esposto a fenomeni meteorologici improvvisi, a tempeste violente come quella in cui Gesù e i suoi discepoli sono incappati quella notte. Sulle sponde di questo lago si è svolta gran parte dell’attività di Gesù. Le città dei dintorni, soprattutto quelle situate dalla parte nord-ovest del lago, come Carfanao, Betsaida e Corazin, gli sono molto familiari. Ha camminato sulle strade e nelle piazze di quelle città; la sua voce è riecheggiata nelle loro sinagoghe, nelle case, sulle colline, nelle piazze. Il suo annuncio della salvezza resta inciso su quel paesaggio suggestivo vicino al lago. Sulla riva di quel lago ha chiamato i suoi primi discepoli e dopo la sua risurrezione è apparso loro in quello stesso luogo, quello del primo incontro. Spesso ha predicato sulla barca trasformandola in una cattedra galleggiante. Il lago è particolarmente affascinante: ancor oggi si presenta tale e quale come ai tempi di Gesù, autentica reliquia di quanto i suoi occhi hanno contemplato, sfondo perenne delle sue relazioni con i discepoli, delle sue predicazioni alla folla. Qui le sue parole e i suoi gesti hanno toccato e continuano a toccare molti cuori.

Approfondimento

Dopo uno sguardo sul contesto letterario e spazio-temporale del brano facciamo alcuni rilievi sul racconto dell’avvenimento.

- Il racconto procede con uno schema a contrasto: la conclusione serena e familiare di una giornata contrasta con l’improvviso scatenarsi della violenta burrasca. Questa bufera contrasta con la tranquillità di Gesù che dorme. Al sonno rilassato di Gesù fa da contrasto la paura e l’agitazione dei discepoli. La paura, poi, cede il posto alla riflessione e alla domanda sull’identità di Gesù.

- Il racconto presenta degli elementi carichi di significato simbolico. Per esempio: l’immagine della barca con Gesù e i discepoli a bordo. Oltre ad essere un pulpito da cui Gesù parla alla gente radunata sulla riva, la barca diventa un luogo di comunione e di intimità dei discepoli con Gesù e tra loro. Non è un luogo in cui soggiornare, ma un mezzo di trasporto. Dal momento che deve muoversi nell’acqua, è essenziale, leggera, e di conseguenza più fragile, più vulnerabile e meno sicura. Ci vuole forza per remare, destrezza, attenzione e agilità per tenersi in equilibrio. Il viaggiare sulla barca nell’acqua è, in molte culture, simbolo della vita umana esposta a incertezze. Quando Gesù si dirigerà verso Gerusalemme, la barca scomparirà dalla scena. Farà, però, ritorno nella simbologia cristiana lungo i secoli per rappresentare la Chiesa, la quale vive nell’acqua tumultuosa, ma è guidata da Cristo verso la sponda sicura della salvezza. La barca avrà un posto importante anche nei sogni di Don Bosco. Desta meraviglia pensare come un contadino dei Becchi, che non aveva nessuna esperienza di marinaio, potesse sognare il mare e descrivere con vivacità e precisione di dettagli una la scena di una nave in battaglia in mezzo al mare burrascoso, come ha fatto nel racconto del famoso “sogno delle due colonne” (raccontato la sera del 30 maggio 1862: Memorie Biografiche VII, 169-172).

- Il racconto richiama alcuni brani dell’AT: per esempio il miracolo rievoca la lotta primordiale di Dio contro il caos, contro la forza ostile e mostruosa che solo il Creatore può dominare. Nel Sal 107 l’intervento liberatore di Dio è descritto in questo modo: «Egli parlò e scatenò un vento burrascoso, che fece alzare le onde: salivano fino al cielo, scendevano negli abissi; si sentivano venir meno nel pericolo. […] Nell’angustia gridarono al Signore, ed egli li fece uscire dalle loro angosce. La tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare» (Sal 107, 25-26, 28-29). La traversata del mare di notte allude anche all’Esodo e alla traversata del Mar Rosso con il potente aiuto di Dio. Inoltre, il racconto di questo prodigio nel suo insieme presenta alcune affinità con la storia di Giona.

- I personaggi sulla scena sono solo Gesù e i suoi discepoli. L’interlocuzione tra Gesù e il gruppo è costituita soprattutto da domande. In concreto, abbiamo due parole di Gesù con l’imperativo (!) e due con l’interrogativo (?), da parte dei discepoli non ci sono che domande. Focalizziamo l’attenzione sulle singole parole pronunciate:

  1. a) «Passiamo all’altra riva!» Marco dimostra un notevole interesse per la traversata del lago, in quanto descrive tre episodi che avvengono in quel contesto (4,35-41; 6,45-52; 8,13-21, mentre Matteo ne riferisce due e Luca uno solo); questa che leggiamo è la prima traversata, la più drammatica per la tempesta scoppiata d’improvviso. In tutte le traversate i protagonisti sono sempre e solo Gesù e i suoi discepoli, raccolti in una barca. «Passiamo all’altra riva!»: l’iniziativa viene da Gesù. Già in 1,38 quando i primi quattro discepoli, visto il desiderio pressante degli abitanti di Cafarnao, fanno notare a Gesù «Tutti ti cercano!», egli risponde de­cisamente: «Andiamocene altrove per i villaggi vicini, perché io predichi anche là, per questo infatti sono venuto!» Gesù, schivo di fama, di gloria e di onore, si muove libero, in perfetta sintonia con il volere divino e in totale adesione alla sua missione di portare la salvezza non a pochi privilegiati, ma a tutti. Egli si sottrae ad ogni ricerca captativa, utili­taristica, si oppone a chi vuol restringere l’orizzonte universale della sua missione, a chi vuole ridurlo ad una specie di guaritore sempre a portata di mano, ad un taumaturgo del paese. Adesso Gesù lascia la folla e dice ai discepoli: «Passiamo all’altra riva!». Avrà messo in conto la possibilità della tempesta? Avrà presente che ogni traversata nell’acqua, ogni tentativo di raggiungere l’altra riva può comportare rischi di naufragio? Eppure, dopo aver avviato i disce­poli alla traversata, si mette a dormire placidamente.
  2. b) «Maestro, non ti importa che siamo perduti?» Gli apostoli fanno una duplice esperienza sconvolgente: la tempesta violenta con il pericolo di morte e il sonno tranquillo di colui che li ha condotti in questa situazione. C’ è un contrasto stridente. Il sonno di Gesù viene da loro interpretato come un segno di indifferenza, di disinteresse, di distacco e di assenza, mentre avrebbero dovuto ricordare meglio ciò che Gesù aveva detto poco prima nel discorso delle parabole: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). Dopo aver tentato invano di governare la situazione con la loro abilità di pescatori, si rivolgono a Gesù con una domanda di angoscia e di estrema perplessità: «Non ti importa che siamo perduti?». La domanda richiama molto da vicino le disperate suppliche dei salmisti: «Svégliati! Perché dormi, Signore? Àlzati, vieni in nostro aiuto!» (Sal 44), «Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto?» (Sal 13). Ma è interessante vedere come i discepoli lancino questo grido chia­mando Gesù «Maestro». È la prima volta che si rivolgono a Gesù con un appellativo. Nel Vangelo di Marco finora a Gesù hanno detto sol­tanto: «Tutti ti cercano!» (1,37), senza nessun appellativo. In questo momento di paura e di angoscia scaturisce la fiducia sincera, sorge anche la prima embrionale professione di fede. Sia Gesù con loro (4,35), sia loro con Gesù (4,38) declinano i verbi in prima persona plurale. Si racchiudono in un “noi”, nella stessa bar­ca, formando una comunanza di destini. Anche quando l’uomo non lo percepisce, Dio l’accompagna. Il salmista assicura: «Non si addormen­terà, non prenderà sonno il custode d’Israele. Il Signore è il tuo custode, il Signore è la tua ombra e sta alla tua destra» (Sal 121). Nella stessa linea dice Isaia: «Ecco, non è troppo corta la mano del Signore per salvare; né troppo duro è il suo orecchio per udire» (Is 59,1). Prezioso al riguardo risulta il suggerimento di Sant’Agostino: «Non è quando dimentichi la tua fede che Cristo dorme nel tuo cuore? ... Risveglia Cristo in te, scuoti la tua fede… e si farà grande bonaccia nel tuo cuore». A molti santi sono familiari queste espressioni: svegliare Dio che dorme in noi, far parlare, far cantare e danzare Dio in noi. Lasciarsi svegliare da Dio e svegliare Dio in noi: questo è il cammino religioso!
  3. c) «Taci, calmati!» Le parole con cui Gesù “dice” al mare e “minaccia” il vento richiama l’ordine dato al demonio nell’episodio dell’esorcismo: «Taci! Esci da lui!» (1,25). C’è un accostamento intenzionale dei due racconti? È possibile. Il mare nella mentalità ebraica è sede di un potere anti-divino, tratto dal caos primordiale che di tanto in tanto cerca di riavere il sopravvento. Come Gesù libera un uomo da una forza maligna e oscura, così libera ora i discepoli dalla paura che sorge di fronte alla forza oscura che fa scatenare la tempesta. Egli ha il potere sul demonio come sulla veemenza ostile della natura.
  4. d) «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» Dopo essersi alzato e dopo aver manifestato la sua potenza sulla minaccia di morte, Gesù si rivolge ai discepoli. Non dà loro ordini, ma li interroga con una duplice domanda. Al vento turbinoso Gesù comanda di tacere, agli uomini invece egli pone domande, instaura un dialogo, entra in comunicazione. «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Queste due domande fanno vedere che fede e paura stanno in proporzione inversa. Tanto cresce la fede quanto diminuisce la paura e viceversa. La paura è il banco di prova dell’autenticità della fede. C’è un famoso detto di Martin Luther King che va nella linea di Gesù: «La paura bussò alla porta. La fede andò ad aprire: non c’era nessuno».
  5. e) «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?» I discepoli qui sono ancora ai primi passi del cammino della sequela, la loro fede è ancora debole e, di conseguenza, è fragile la loro speranza. Il fatto che rimangano ancora smarriti e «presi da grande timore» quando è tornata la calma nel lago, domandandosi «Chi è dunque costui?» è segno che hanno ancora tanta strada da fare. Certo, non si tratta più di paura come di fronte all’infuriare della tempesta, ma piuttosto di stupore per uno straordinario gesto di potenza. Comunque devono ancora progredire nella conoscenza di Gesù, devono giungere ad una fede che non si scandalizza se il modo di pensare di Dio è diverso da quello degli uomini, come dirà Gesù espressamente a Pietro (Mc 8,33), una fede che li rende disponibili alla sorpresa di un maestro che non gratifica i suoi discepoli soddisfacendo in maniera immediata le loro richieste, una fede dinamica e tenace che sa affrontare fatiche, difficoltà, attese, una fede che rimane «salda nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18).

Dal testo alla vita

I discepoli «presero [Gesù] con sé, così com’era, nella barca» e «ci fu una grande tempesta»: Marco mette questi due elementi uno accanto all’altro. I discepoli devono aver dato più peso al secondo che al primo. Sono fissati sulla tempesta, sconvolti dal pericolo e si lasciano troppo dominare dalla paura da dimenticare di avere a bordo Gesù, che «se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva». Dovrebbero invece prendere la presenza di Gesù più sul serio del vento furioso, dovrebbero essere più consapevoli di aver Gesù sulla stessa barca e lasciarsi riempire il cuore dalla fiducia e dalla speranza anziché dal panico e dalla paura. Nel capitolo successivo Marco parlerà dell’esperienza di Giairo di fronte alla notizia della morte della figlia. Ormai la ragazza è morta, per cui la situazione è definitiva, senza speranza, senza rimedio e senza possibilità di ripresa; è inutile ogni azione, inutile anche ogni preghiera. Infatti I suoi familiari, infatti, gli dicono: «Perché disturbi ancora il maestro?» (5,35); Gesù invece gli dice lo esorta: «Non temere, continua solo a credere» (5,36). Bisogna credere e sperare con ostinazione. Ciò che Gesù dice al capo della sinagoga in forma di esortazione viene rivolto ai discepoli in forma di domanda: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Ognuno di noi nella propria vita conosce ore di tempesta. Anche il mondo, la Chiesa, le nostre comunità religiose a volte si trovano in situazioni tali da sentirsi immersi in acque agitate, nei marosi, in un vortice che minaccia la propria l’esistenza. In queste situazioni, in particolare quando durano a lungo, si ha l’impressione che l’invisibilità di Dio sia in realtà un suo dormire, un non vedere, un non sentire e un non volersi interessare. Quando Marco scriveva il Vangelo, la piccola comunità della cristiana era nella tempesta, minacciata dalle persecuzioni; l’evangelista, perciò, esorta i cristiani a non aver paura di «passare all’altra riva», a non temere l’”uscita” missionaria; li invita a considerare le difficoltà come occasione per rafforzare la fede. Come la tempesta, anche l’intervento divino è sorprendente, eccede le attese umane. Questo messaggio è incoraggiante in ogni epoca, anche la nostra. Oggi chi legge questo brano non può non pensare alla situazione di impotenza in cui tutto il mondo vive a causa della pandemia, non può non pensare alla preghiera di papa Francesco il 15 marzo 2020 sera, in una Piazza San Pietro vuota, bagnata dalla pioggia e illuminata dalla luce sommessa dei lampioni. Il pontefice è solo al centro del sagrato, mentre tutto il mondo si unisce a lui attraverso i social media. «Siamo tutti sulla stessa barca», con voce chiaramente commossa applica il brano di Mc 4,35-41 alla situazione attuale, quindi prosegue: «Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. […] La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità” […]. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e da’ forza alla nostra vita e alla nostra comunità”. E poi, rivolgendosi al Signore, prega: “Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: Svegliati Signore! […] Ci chiedi di non avere paura, ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: “Voi non abbiate paura” (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1Pt 5,7)».

Per pregare e condividere

- Paura e fede sono le due antagoniste che disputano eternamente nel cuore dell’uomo. La paura non è tanto mancanza di coraggio, ma piuttosto di fiducia. Adamo ed Eva hanno iniziato ad avere paura dopo il peccato e dopo la perdita di fiducia in un Dio che crea, ama, dona e perdona. Istigati dal serpente vedono Dio una divinità che toglie la libertà all’uomo invece di donargli possibilità; un Dio pronto a punire, un Dio al quale importa più la sua legge che non la gioia dei suoi figli, un Dio dallo sguardo giudicante, da cui fuggire anziché corrergli incontro; un Dio, in fondo, di cui non fidarsi. Qual è la mia immagine di Dio? e quale immagine di Dio trasmetto ai giovani? La paura delle possibili tempeste frena la nostra passione di “passare all’altra riva”?

- La barca sta per affondare e Gesù dorme. L’umanità geme “in questa valle di lacrime”, lotta contro la malattia, l’impotenza e la disperazione e Dio dorme. Ci preoccupiamo di svegliare Dio con suppliche, preghiere e lamenti, ma siamo sufficientemente svegli noi?

- “Siamo tutti sulla stessa barca” non è solo uno slogan bello. Scrive Papa Francesco “Molte cose devono riorientare la propria rotta, ma prima di tutto è l’umanità che ha bisogno di cambiare. Manca la coscienza di un’origine comune, di una mutua appartenenza e di un futuro condiviso da tutti. Questa consapevolezza di base permetterebbe lo sviluppo di nuove convinzioni, nuovi atteggiamenti e stili di vita. Emerge così una grande sfida culturale, spirituale e educativa che implicherà lunghi processi di rigenerazione” (Laudato si’ 202). Queste parole come interpellano ciascuno/a di noi in quanto consacrato/a per una missione educativa, la nostra Famiglia Salesiana, la Chiesa e tutta l’umanità?

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