Testimonianza di Sr Martha Séïde fma
Il Messaggio di Haiti
Sr Martha è una Fma haitiana, docente all'Auxilium, che alcune di noi conoscono personalmente. Pubblichiamo la sua testimonianza, per rafforzare i legami di comunione e mantenere viva la preghiera e l'attenzione per il popolo haitiano.
«Durante queste ultime settimane, Haiti è stata in primo piano su tanti giornali e schermi televisivi e digitali del mondo. Il violento terremoto che ha annientato una buona parte della nazione il 12 gennaio scorso è stato l’ultima goccia che ha fatto rovesciare il calice amaro di una lunga e dolorosa storia. E magari per questo, si può affermare che l’Haitiano ha la resilienza come DNA (basta rievocare alcune immagini dei sopravvissuti tirati fuori dopo tanti giorni: dalla bambina di 23 giorni alla donna di 84 anni). Cercherò di condividere con voi il messaggio di Haiti . Ciò che ho potuto cogliere come chiamata di Dio e impegno di responsabilità in queste ore tragiche che sta vivendo la nazione e ogni suo figlio e figlia nel mondo. Lo faccio attraverso tre interrogativi che spesso sono affiorati in me dalla tragedia del sisma.
Signore dove sei? Perché ancora noi?
Nell’elaborazione di questa domanda angosciante, che è sorta in me tante volte in questi giorni, mi sembra di aver percepito la risposta di Dio che, a sua volta, mi ha interrogato. Credi tu che sono vivo nel Sacramento dell’Eucaristia? Credi realmente che io abbia creato l’essere umano a mia immagine e somiglianza?
Se credi, non è più difficile dirti dove sono e cosa faccio ora a Haiti. Sono materialmente sepolto sotto le macerie nei tabernacoli della Cattedrale, del Santuario di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, della Chiesa del Sacro Cuore, di Sant’Anna, di San Luigi, … e in tutti i tabernacoli di tutte le cappelle delle case religiose crollate. Sono ferito in tutti i feriti della catastrofe; piango i miei morti con tutti coloro che hanno perso i loro cari; sono orfano con tutti i bambini che hanno perso i loro genitori; ho fame e sete, sono sulla strada; non ho una tenda per posare il capo con tutti i sopravissuti sprovvisti di tutto; sono angosciato con tutti i lontani, quindi anche in te…
Pero devo dirti che, in questi giorni, sono anche in tutti superstiti estratti sotto le macerie ringraziando. Sto lavorando con le mani di tanti Haitiani e non Haitiani per soccorrere i feriti e chi ne ha bisogno. Ho risvegliato la comunità internazionale sulla miseria cronica del popolo; ho mosso il mondo intero al capezzale di Haiti…
Perché a voi popolo haitiano? Siete i miei privilegiati perché i più poveri. Ma vi rimane il compito di superare la povertà materiale per assumere la povertà evangelica come stile di vita.
Perché? Cosa ne facciamo di tanta sofferenza?
Sappi che la realtà del dolore e della sofferenza purtroppo è quella in cui più facilmente gli esseri umani si ritrovano nella loro umanità più profonda e più vera, al di là del colore della pelle, dell’età, del credo, dello stato sociale. Basta pensare ai gruppi colpiti dalla catastrofe:
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ad Haiti tutti i gruppi della società: i grandi e i piccoli, i bambini e i vecchi, i ricchi e i poveri, i credenti e i non credenti… Tutti i grandi simboli di aggregazione del popolo: il palazzo presidenziale, la Chiesa Cattedrale, le grande Istituzioni, l’ONU ecc.;
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all’estero, questo disastro ha mosso il mondo intero: dal Nord al Sud, dall’Est all’Ovest, dai grandi ai piccoli, dai grandi organismi alle piccole istituzioni, dall’individuo alla collettività.
Gesù in croce rimane l’unica persona che può aprirci la via verso una più profonda comprensione di ciò che stiamo vivendo oggi. Gesù in croce, col suo grido, dà voce a ciascuno di noi; e in tal modo ci rivela la grandezza infinita dell’uomo che, ridotto a niente, nel punto più basso della propria esistenza, in Gesù può alzare la testa e chiedere il perché, lo scopo della sua sofferenza. Gesù in croce mostra come l’infinitamente piccolo possa rivolgersi all’Infinitamente Grande e interrogarlo, in un rapporto di parità. La domanda di Gesù non è ribellione, ma un atto di radicale fedeltà, perché continua ad avere la certezza che Dio sappia e custodisca il significato della tragedia che egli sta vivendo e della quale Gli chiede lo scopo.
Ti invito a fare come lui, raccogliendo tutto se stesso: nell’ultima decisione della sua esistenza terrena, Gesù in croce non attende la risposta dal Padre, ma a Lui si riconsegna, ri-componendo l’unità con lui e con questo atto riconduce gli uomini all’unità con Dio. Gesù ha “perduto” il suo essere Figlio perché noi diventassimo figli di Dio e, con questo, fratelli e sorelle fra noi.
Qual è il messaggio di Dio per noi in questa tragedia?
Alcuni spunti
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Ridare a Dio il suo posto nella nostra vita e fidarci: il nostro Dio, l’uomo dei dolori crocifisso e Risorto, continua ad essere Signore della storia, della vita e della morte, del tempo e dello spazio. Un giorno per lui è come mille anni e mille anni come un giorno (basta pensare che nel giro di 1 minuto circa una grande parte di una nazione svanisce nel nulla con tutti i sogni, i progetti, le conquiste di secoli). Affidarci a Dio e fidarci di Dio anche nelle tribolazioni per il popolo haitiano non è fatalismo, né fideismo, ma è la convinzione, maturata da secoli, che solo in Lui la sofferenza ha un senso.
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Conversione radicale dello stile di vita: vivere dell’essenziale, sobrietà, semplicità e povertà di spirito; coltivare la vicinanza e la fratellanza nei rapporti umani, nel servizio agli altri. Godere delle piccole cose e ringraziare per ciò che abbiamo. La vita è bella, ricca, piena di opportunità, ma è anche precaria; ciò che qualifica la nostra vita non è ciò che abbiamo, ma è ciò che siamo: figli nel Figlio e quindi fratelli e sorelle.
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Solidarietà come atteggiamento: non solo in tempo di catastrofe e di sciagure; i beni materiali e spirituali sono da condividere. Vedendo il movimento di solidarietà che è scattato nel mondo intero in occasione della tragedia di Haiti, mi sento rafforzata nella convinzione che è possibile soddisfare i bisogni fondamentali di tutti gli esseri umani con un minino di sforzo di condivisione dei beni. Noi religiosi e religiose, credenti e non credenti, uomini e donne di buona volontà non dovremmo darci pace fino a quando questo non avvenga globalmente sul nostro pianeta.
Davanti alle dimensioni della tragedia haitiana, possiamo essere tentati di dubitare della presenza di un Dio operante nella storia. Eppure, ciò che stiamo vivendo oggi nel mondo per il disastro che ha colpito il popolo haitiano è un monito da prendere sul serio. Faccio mie le parole di Mons. Bonazzi nel lasciare Haiti come Nunzio apostolico: “Due risorse spirituali, si direbbe innate, caratterizzano l’haitiano: il coraggio di vivere e il coraggio di credere in Dio”. Oggi, pensando a quella gente che per strada canta e prega, alle immagini dei superstiti sorridenti, che cantano e salutano, aggiungerei: il coraggio di credere che la notte più oscura non è mai completamente oscura, perché Dio con il suo amore squarcia il buio e apre sempre orizzonti di speranza.
Grazie per la solidarietà e soprattutto grazie di continuare a pregare con il popolo Haitiano e per il popolo Haitiano, perché possiamo sconfiggere la sofferenza e attraversare la soglia della Risurrezione. Penso che si avvicini per noi questa nuova era: Haiti vivrà!
Maria, Nostra Signora del Perpetuo Soccorso, ci prenda sotto il suo manto».












